Goodbye Tony Blair

Per gli storici britannici Tony Blair appartiene alla serie B degli statisti di sua maestà

Internazionale 698, 21 giugno 2007

Nel 1997, appena conquistato il potere, Tony Blair invitò Margaret Thatcher, che ammirava molto, a prendere il tè. Il leader laburista sognava di imitare la rivoluzione sociale lanciata dalla grande statista.

Il New labour doveva essere lo stendardo della rinascita della sinistra internazionale, la fenice emersa dalle ceneri del comunismo filosovietico. In realtà Blair ha solo riciclato le scelte fiscali e la politica estera della lady di ferro, cardini del thatcherismo, governando con la camicia di forza che lei gli aveva sapientemente cucito addosso.

Nel 1980 arriva la prima, grande scossa al sistema britannico: Margaret Thatcher abbatte le aliquote delle imposte sui redditi trasformando un sistema fortemente progressivo in uno proporzionale. Poi privilegia fiscalmente la piccola iniziativa privata e penalizza i capitali improduttivi: così facendo rilancia l’economia britannica.

Nel 1997, quando Blair sale al potere, l’opera è compiuta e il New labour eredita un’economia solida che non ha più bisogno di incoraggiamenti fiscali ma di un’equa redistribuzione del reddito. Sulla carta il partito sembra pronto a farlo: il suo programma promette una riforma fiscale radicale, ma è una promessa da marinaio.

Le riforme si impantanano nell’intricata macchina burocratica. La proposta per l’abolizione della legislazione sul domicilio fiscale, per esempio, è ferma dal 2000: è una legge che risale alle guerre napoleoniche e che privilegia i grossi portafogli internazionali, perché tassa i redditi prodotti all’estero solo per la parte spesa in Gran Bretagna.

Nel quadro della globalizzazione, l’abuso del domicilio fiscale trasforma Londra nel paradiso fiscale più ambito del mondo. Dagli oligarchi russi agli industriali indiani, i nuovi ricchi ne approfittano, e tra loro spiccano i benefattori del New labour, dall’industriale indiano Lakshmi Mittal al britannico Richard Branson, proprietario della Virgin.

Dopo l’11 settembre anche i capitali del terrorismo e quelli del crimine internazionale cominciano a transitare attraverso i sofisticati paradisi fiscali britannici. Stordito dagli assegni e dai favori dei nuovi ricchi, Blair ignora i richiami dell’Unione europea sull’evasione fiscale e sul riciclaggio di denaro e insiste nella politica fiscale thatcheriana fino a creare aree di tassazione regressiva.

Ad aprile del 2007 il Financial Times denuncia che le cameriere pagano in percentuale più tasse degli hedge funds e dei private equity. Uno studio della società di ricerca Reform dimostra che, mentre il 48,7 per cento del reddito medio finisce nelle casse del tesoro, l’aliquota massima, e cioè quella applicata ai super ricchi, è solo del 40 per cento.

La politica fiscale scava un grosso solco tra il reddito dei ricchi e quello della classe media, ricreando, paradossalmente, ciò che la Thatcher aveva combattuto: la concentrazione della ricchezza nelle mani di una piccolissima minoranza. Agli inizi del 2007 lo 0,3 per cento della popolazione residente in Gran Bretagna controllava più della metà della ricchezza liquida del paese: sono valori vicini a quelli del Sudamerica degli anni settanta.

Anche in politica estera Blair ha riciclato un copione scritto negli anni ottanta da Margaret Thatcher. Ma se il rapporto Thatcher-Reagan si costruisce alla fine della guerra fredda ed è sapientemente gestito dalla lady di ferro, quello Bush-Blair nasce nel caos del nuovo millennio. La loro alleanza è diventata uno strumento nelle mani della demenziale amministrazione neocon.

Prima con il dossier sull’Iraq riscritto per sostenere l’invasione, poi con le fantomatiche armi di distruzione di massa pronte a colpire l’Europa in 45 minuti, Tony Blair è affondato nel pantano ideologico degli alleati neoconservatori.

Il giovane Blair tocca l’apice della popolarità poco dopo le elezioni del 1997, all’indomani della tragica morte della principessa Diana. Convince la regina a piangere con il popolo e si guadagna le simpatie di un paese impazzito per la perdita della prima celebrity globale. Da allora il decennio di governo di Blair è tutto in discesa.

Quello della Thatcher, invece, era stato tutto in salita. Anche se è stata cacciata dal suo stesso partito, la lady di ferro aveva al suo attivo la ripresa economica, una vittoria militare nelle Falkland, la privatizzazione di industrie agonizzanti, la vittoria nella guerra fredda e il calo dell’inflazione.

Blair esce di scena dopo un lungo goodbye, lasciando il mondo nel caos e l’economia britannica nelle grinfie dell’inflazione. Non solo: dal 1997 al 2007 l’indebitamento dei britannici è salito da 500 a 1.400 miliardi di sterline; il costo medio di un’abitazione è passato da 70mila a 210mila sterline; la povertà è aumentata del 20 per cento, due bambini londinesi su cinque (cioè quasi 700mila) sopravvivono sulla soglia della povertà.

Per gli storici britannici Tony Blair appartiene alla serie B degli statisti di sua maestà, non alla serie A, dove troneggia la lady di ferro. Ma sarà Gordon Brown a emettere il verdetto finale. Se avrà il coraggio di lanciare la vera rivoluzione del New labour, quella che aspettiamo da dieci anni, cambierà l’economia e metterà fine alla follia irachena. Allora forse Tony Blair finirà nella serie C degli statisti di sua maestà.

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