Jihad Internazionale

Le crisi nel Libano e nei Territori palestinesi aumentano la popolarità di Al Qaeda

Internazionale 694, 24 maggio 2007

Un sottile filo politico e ideologico lega la guerra in Iraq alla lotta fratricida in corso in Palestina, agli scontri in Libano, all’offensiva dei taliban in Afghanistan e al reclutamento jihadista in Europa.

In Medio Oriente e in Afghanistan si potrebbe addirittura parlare di “irachizzazione” della politica, cioè di importazione del modello di guerra civile iracheno. Hamas contro Al Fatah, fazioni libanesi e palestinesi di varia colorazione politica contro l’esercito nazionale, taliban contro afgani, pachistani contro polizia e militari del loro paese: è questa l’eredità della guerra in Iraq.

Ma non basta. Sullo sfondo di questo scenario infernale brilla la stella di Al Qaeda. Praticamente sconosciuta fino all’11 settembre 2001, non solo in occidente ma anche e soprattutto in Medio Oriente, oggi è l’ombrello ideologico di gruppi armati agguerriti. In Libano, per esempio, molti considerano Fatah al Islam una sua succursale.

La popolarità di Al Qaeda si fa sentire anche in occidente. Sullo sfondo della guerra contro il terrore è nata l’Internazionale jihadista, un’ideologia antiimperialista che fa presa su una nebulosa musulmana composta principalmente da immigrati in cerca di una collocazione politica.

Ne fanno parte tutti i gruppi che in un modo o nell’altro si ispirano ad Al Qaeda, le cellule inglesi del 7 e 21 luglio, quelle che gravitavano intorno alla moschea milanese di via Quaranta, gli attentatori di Madrid, perfino l’assassino di Theo Van Gogh.

Le lotte fratricide in Medio Oriente e in Afghanistan sono solo guerre per procura combattute dall’occidente e dai suoi alleati musulmani contro l’Internazionale jihadista: è questo il messaggio rivoluzionario che i reclutatori di Al Qaeda diffondono tra i musulmani. Anche l’ideologia del marxismo armato crebbe all’ombra di grandi conflitti. Si pensi solo alle guerre civili in America Centrale degli anni settanta e ottanta, al Nicaragua, dove i sandinisti si scontravano con i loro connazionali dei Contras.

Ma mentre in occidente il reclutamento avviene nei centri urbani dove gli immigrati islamici sono più integrati, in oriente l’Internazionale jihadista ha maggior presa nei ghetti dei poveri e tra le persone che ancora non hanno un’affiliazione politica. E infatti Fatah al Islam, nata da una costola dell’Al Fatah di Arafat negli anni ottanta, ha conosciuto solo lo squallore dei campi profughi palestinesi.

Di nuovo il parallelo con l’America Centrale e l’Europa degli anni settanta balza agli occhi. In Salvador il marxismo armato reclutava tra i campesinos poverissimi, oppressi dai grandi propietari terrieri; nella Germania del miracolo economico faceva invece breccia tra i giovani della borghesia postbellica.

Secondo un rapporto dell’antiterrorismo spagnolo pubblicato a metà maggio, in Spagna l’Internazionale jihadista recluta nelle zone dove maggiore è l’integrazione degli immigrati musulmani. La Catalogna, dove si è diretta la prima emigrazione islamica negli anni sessanta, è considerata il maggior centro di reclutamento del paese. Tra i jihadisti arrestati in Spagna, più del 40 per cento viene da città e paesi catalani.

Un fenomeno simile si registra in alcune città delle Midlands, in Inghilterra, dove ha messo le sue radici la prima emigrazione pachistana del dopoguerra. Gli attentatori del 7 luglio venivano dalla zona di Leeds, erano cresciuti in famiglie benestanti, molto integrate nella comunità locale. Secondo l’Interpol, i due centri più attivi del jihadismo in Europa sono la Spagna e l’Inghilterra. Insieme con la Francia, sono i due paesi europei dove l’emigrazione musulmana è più vecchia e più radicata.

Nell’agosto del 2003, quando Al Zarqawi lanciò la prima offensiva contro gli sciiti e Moqtada al Sadr era un fuorilegge, gli americani credettero che la divisione tra le forze insurrezionali irachene fosse positiva: evitava, secondo loro, la formazione di un fronte unitario nazionalista e antiamericano. A quattro anni dalla “liberazione” di Baghdad la lotta fratricida è diventata una guerra civile da cui Washington non sa come districarsi e un elemento fondamentale del reclutamento jihadista in occidente.

Oggi Israele rischia di commettere lo stesso errore quando si rallegra degli scontri nei Territori occupati e nel vicino Libano. Il conflitto tra Hamas e Al Fatah e tra l’esercito libanese e Fatah al Islam radicalizza le fazioni più estremiste e le spinge ad accettare le posizioni dell’Internazionale jihadista: nessuna partecipazione politica nelle istituzioni ma guerra totale al sistema.

L’Europa dovrebbe riflettere su questi sviluppi perché paradossalmente è il continente che si trova nella posizione più debole. La guerra contro il terrore di Bush è riuscita a fare in modo che la lotta contro le forze di Al Qaeda si svolgesse fuori dai confini statunitensi, e cioè anche in Europa. La guerra in Iraq ha già ispirato la strage di Madrid e quella di Londra.

La destabilizzazione del Libano e la guerra civile nei Territori occupati rafforzeranno l’Internazionale jihadista e potrebbero dar vita a nuove tragedie. Anche in casa nostra.

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